domenica 7 maggio 2017

Non aspettare la notte, di Valentina D'Urbano



Anno di pubblicazione: 2016

Ambientazione: Roma/ Umbria, 1993



Angelica è una ventenne studentessa di giurisprudenza con un doloroso segreto: alcuni anni prima la madre Irene tentò di uccidersi assieme alla figlia causando uno spaventoso incidente d'auto, in cui Angelica sopravvisse ma col corpo devastato dalle cicatrici. Per questo la giovane conduce una vita solitaria e non esce mai di casa senza un vestito lungo fino ai piedi e un cappello che le nasconda il viso deturpato.
Alla morte del nonno, proprietario di una villa in uno sperduto paesino umbro, il padre di Angelica la fa ristrutturare  vi si reca in vacanza per l'estate con la figlia; la quale, ben determinata a continuare a proteggersi dal mondo esterno, vive con fastidio l'irrompere nella sua vita di Tommaso, un giovane del posto che gira con una Polaroid fotografando tutto ciò che non riesce a vedere per guardarlo poi meglio quando gli torna la vista. Tommaso infatti è affetto da una malattia degenerativa alla cornee e sa che diventerà cieco prima dei trent'anni; tuttavia il suo entusiasmo e la sua esuberanza riescono a fare breccia nel cuore di Angelica, che piano piano si lascia andare....


Finalmente ho letto anche quest'ultimo romanzo di Valentina D'Urbano, e come sempre finora ("Acquanera" a parte) non mi ha deluso. E' una storia dura e tenera allo stesso tempo, che inizia nel 1987 con un fatto tragico che ci introduce a parte dell'atsmofera del romanzo: una notte Irene, sofferente di depressione, sveglia in piena notte la figlia 13enne Angelica, la costringe a salire in auto e si lancia in una folle corsa in autostrada, che termina in modo tragicamente prevedibile: l'auto lanciata apposta a folle velocità precipita in un dirupo, uccidendo la donna.
Sette anni dopo, ritroviamo Angelica, ora giovane donna 20enne studentessa di giurisprudenza, sopravvissuta a quella terribile notte ma da allora segnata in modo irreparabile sia nel fisico che nell'animo: il fatto di avere il corpo deturpato dalle cicatrici spinge Angelica a mostrarsi in pubblico solo indossando abiti lunghissimi e un cappello a tesa larga che le nasconde il viso. Ancora di più la devastazione dell'animo spinge la ragazza a cercare l'isolamento, tolto che per il padre e la domestica Marinella.
Nel tentativo di aiutarla il padre Enrico fa ristrutturare la villa di famiglia ereditata dopo la morte del nonno, che si trova nel piccolo paesino di Borgo Gallico; qui passeranno l'estate, con lo scopo- non detto- di invitare gli amici di famiglia e fare uscire Angelica dal suo guscio. La ragazza ovviamente non collabora in alcun modo, vivendo con comprensibile fastidio l'invito della famiglia Corsano, e proseguirebbe nel suo isolamento se non fosse per l'irrompere (letteralmente) di un vero e proprio ciclone: Tommaso, un ragazzo del paese che gira con una polaroid fotografando le cose più improbabili, e che fotografa anche Angelica per un motivo molto serio. Tommaso infatti, a causa di una malattia degenerativa, è quasi completamente cieco, e quindi quando vede qualcosa che non riesce a distinguere ne fa la foto per poi guardarla nei momenti in cui  vede meglio. A differenza di Angelica però, non ha perso il sorriso e la sua allegria e ottimismo, e anche il suo modo spavaldo di affrontare un modo che per lui sta diventando sempre più ostile visto che non lo vede; è inevitabile che tutto ciò finisca per attrarre Angelica e alla fine, dopo un'iniziale ritrosia, l'insistenza di Tommaso finisce per avere la meglio: Angelica trascorre la sua estate più bella, ha finalmente trovato l'amore ed è riuscita ad aprirsi agli altri visto che ha fatto amicizia con Giulia, la vicina di casa. Tutto ok?
Ebbene, no, altrimenti il romanzo finirebbe qui. Succede un equivoco tra Angelica e Tommaso, lei la prende malissimo e rifiuta qualsiasi possibilità di spiegazione da parte sua (parte incomprensibile, a mio avviso, e solo in parte spiegabile con il trauma subito dalla giovane); lo lascia e si mette con l'ambiguo Guido, figlio del migliore amico del padre e a sua volta avvocato. Qui comincia la seconda parte, quella più difettosa a mio avviso: Angelica dimostra uan capacità di autolesionismo inquietante e sorprendente, cacciandosi in una situazione totalmente negativa senza avere una reale motivazione (che non sia, forse, proprio farsi del male, autopunirsi). Non mi è piaciuto questo lato del personaggio nonostante-- ripeto- sia giustificabile per il suo trauma ma solo in parte...anche perchè in parte mi è sembrato invece derivante da capriccio, anche da una sorta di egoismo a cui comunque sia è stata inevitabilmente abituata dal padre visto che è sempre stata servita e riverita. 
Comunque sia, l'autrice avvince anche stavolta con il suo stile scorrevole, graffiante, sincero e con una storia comunque interessante. Occasione non sprecata.

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