venerdì 21 aprile 2017

La citazione

..."ti ricordi? Qulche giorno fa ti ho chiesto se eri mai stata in un posto abbandonato"
"Rocco, io ho vissuto nei posti abbandonati. Pensi che ci sia tanta gente nelle cripte delle chiese o nei sotterranei a guardare affreschi?"
"no, io dico posti normali. Ti avevo detto che tutti gli oggetti che vedi sono senza vita.Perchè hanno perso il calore che gli dava la vicinanza agli esseri umani.Ecco su un treno vedi le poltrone lise, e ti immagini che tanta gente ci si sia seduta. O su una nave c'è il timone con il legno consumato, o gli scalini di un palazzo vuoto eroso dai piedi che lu hanno saliti per anni. Ora stanno lì, non servono più e sono freddi."
alzo il pennello.
"Lo vedi? E' consumato, vecchio, pieno di macchie. Però io conosco chi ci ha lavorato, chi lo prendeva in mano. Conosco tutto della persona che viveva in questa casa, che sedeva su quel divano e innaffiava il limone là fuori.E allora è peggio. Perchè queste cose restano fredde, ma ricordano l'anima di chi le ha usate, te la mettono sempre davanti agli occhi.E io non potrò mai staccare gli occhi da 'ste cose senza pensare a te.
Sei dovunque, amore mio. Anche quando mi guardo allo specchio e mi vedo e sono come questo pennello.Freddo, senza vita, ma ogni ruga, ogni capello bianco sei tu, amore mio. Come faccio?"
Resta lì, sulla finestra, e non parla. Guarda fuori il sole che si è nascosto tra i tetti.
"E' sempre stata bella questa casa. Ci vediamo, Rocco?"
"Finchè vorrai, Marina. Io sto qui. Io resto qui".

Antonio Manzini, "7-7-2007"



martedì 18 aprile 2017

7-7-2007, di Antonio Manzini



Anno di pubblicazione: 2016

Ambientazione: Roma, 2007/Aosta 2013

Collegamenti con altri romanzi:





Roma, estate 2007: Rocco Schiavone è in crisi coniugale con la moglie Marina, che dopo aver scoperto i traffici illeciti con cui il marito arrotonda, è tornata a casa dei genitori in "pausa di riflessione". L'umore del già notoriamente irascibile vicequestore tende quindi notevolmente al nero, aggravato dalla cappa di caldo che investe la città, quando deve affrontare un caso particolarmente brutto: due amici ventenni, uccisi a pochi giorni l'uno dall'altro con la stessa modalità. Forse avevano visto qualcosa che non dovevano vedere?
Mentre l'indagine prosegue l'appuntamento con il destino è dietro l'angolo....



E finalmente sono riuscita a leggere questo ultimo (per ora) romanzo della serie dedicata a Rocco Schiavone, quello che mi interessava di più per un motivo fondamentale: finalmente l'autore si è deciso a raccontarci il segreto che sta dietro alla morte di Marina, l'amata moglie del vicequestore romano, e come mai lui si senta in colpa per quella morte.
Ecco quindi un salto indietro di nove anni, nel 2007 (tra l'altro proprio quel giorno mia sorella compiva vent'anni)  in una Roma insopportabilmente afosa già nei primi giorni d'estate, con un Rocco con il caratteraccio che abbiamo imparato a conoscere, ma comunque diverso: meno amaro, meno pessimista, forse anche meno irascibile con i suoi sottoposti.  E il motivo, ai lettori che conoscono la serie, è subito chiarissimo: Marina è ancora viva, impegnata tra casa, lavoro e amici. Tutto parla di lei, dai limoni sul terrazzo di casa, a Inna, la donna delle pulizie ucraina abituata a riferirsi solo a lei, al frigo vuoto perchè Rocco odia andare a fare la spesa; Marina è il centro della vita di Rocco, anche se in questo momento i due sono in crisi per un motivo serio: la donna ha infatti scoperto che l'attico in cui vivono è stato acquistato grazie ai proventi di alcune attività illecite con cui il vicequestore arrotonda (è uno dei suoi difetti più grossi). Anche se poi scopriamo non essere una cosa così grave (comunque moralmente riprovevole, sopratutto per un tutore delle forze dell'ordine!) la scoperta ha sicuramente scioccato la donna, che ha deciso di tornare per qualche tempo a casa dei genitori per riflettere sul proprio matrimonio.
Manzini descrive quindi anche una bella storia d'amore tra due personaggi apparentemente tanto diversi ma che evidentemente sono i famosi "opposti che si attraggono", ci svela il lato sentimentale del burbero Rocco, capace di un amore  profondo e sincero, sopratutto ci fa conoscere meglio Marina, una donna solare e piena di vita, capace di "domare" e lisciare il carattere del marito e di tenergli testa: qui la vediamo combattuta tra i suoi valori e l'amore, alla fine vince quest'ultimo ma personalmente credo non sarebbe stata una "sconfitta" dei primi, credo che Rocco alla fine avrebbe accettato di cambiare per amore di Marina. 
Tutto ciò fa da contraltare a una brutta ma forse banale storia di droga e criminalità, con due giovani vite spezzate in modo brutale per un errore di cui nella loro incoscienza non avevano calcolato la portata: un caso che- come tanti- in fondo colpisce Rocco nel profondo per la sua brutalità. e mentre, assieme agli ignari protagonisti, noi lettori invece consapevoli di quanto sta per accadere ci avviciniamo al tragico finale (descritto in maniera cruda ma anche "sentita"), capiamo una volta di più come davvero si può perdere tutto in un attimo, e non posso non condividere la toccante riflessione che Rocco fa a proposito degli oggetti ed ambienti abbandonati. Nel finale, tornati ad Aosta nel 2013, capiamo che forse per Rocco le cose stanno cambiando, che forse è davvero giunta per lui l'ora di voltare pagina (anche se spero non abbia in mente una storia con Caterina!!!), di andare avanti anche senza Marina. Chissà come continuerà la serie?

martedì 11 aprile 2017

A te, che vivi nei miei pensieri

Tutti mi prenderebbero per matta, malata di mente, se sapessero quello che provo davvero e che ti sto scrivendo.
Tu infatti, non esisti, se non dentro di me...da tanto, troppo tempo.
Finchè  c'è stata anche una minima possibilità che tu potessi arrivare, ti pensavo un po' meno e anche con un po' di paura e timidezza in più: mi sembrava di esagerare,


Però, ti pensavo comunque.
Scrivevo lunghi elenchi dei nomi che mi piacevano e che pensavo per te, ed erano sempre due elenchi, sia che tu fossi stato maschietto che femminuccia...anche se, confesso, avevo una preferenza per quest'ultima ipotesi. Ma sarei stata comunque felice e tu saresti stato/a accolto con gioia e amore comunque.
I nomi erano tanti, ma alcuni predominavano: probabilmente ti saresti chiamata Sara se fossi stata femmina, oppure Charlotte come la dolce e simpatica principessina inglese. Invece se fossi stato maschi ti avrei chiamato Damiano o Alessandro. Ed è così che ti penso sempre....anche se ti penso di più come Sara, e così mi rivolgerò a te in questo scritto d'ora in poi.
Cercavo di immaginarmi come saresti stata, appena nata piccolina e rosa, poi da grandina; non essendoci stato un papà, era per me molto difficile immaginare i tuoi lineamenti,i tuoi colori, anche se speravo non saresti stata come me, sopratutto che non avresti ereditato il mio problema di tiroide: non volevo che tu soffrissi come ho sofferto io per il mio brutto corpo e il mio brutto aspetto. Però immaginavo le tue piccole mani con le unghiette, i tuoi capelli sottili e morbidi, il tuo profumo, il tuo corpo morbido e coccoloso...certo ero perfettamente consapevole che non c'è solo questo: ricordo molto bene che mia sorella non ha dormito quasi nulla per dieci mesi, ad esempio. e so che i bimbi piccoli piangono, stressano, hanno ritmi proibitivi...tu, come saresti stata? Mi avresti fatto disperare? O saresti stata "pappa e nanna"?
Che carattere avresti avuto? Speravo sempre non come il mio, che mi ha causato e causa tanti problemi e sofferenze; però speravo anche che magari, avresti preso da me la passione per la lettura.O magari, saresti stata una sportiva, sempre in moto; o anche entrambe le cose, perchè no...
Che gusti avresti avuto? che musica ti sarebbe piaciuta? Ti sarebbe piaciuto andare a scuola?Come si sarebbero chiamati i tuoi amici? che cibo ti sarebbe piaciuto?Che cartoni, che storie, che giochi?
Lavorando con i bambini, spesso vedendo certi comportamenti dei genitori o cert problematiche che si trovano ad affrontare (nulla di grave, cose di tutti i giorni) mi chiedevo cosa avrei fatto io se fossi stata prima o poi al loro posto; immaginavo spesso anche i miie genitori come nonni e mia sorella come zia. Con me, non sono stati particolarmente affettuosi, ma credo ci fossero buone probabilità che con te lo sarebbero stati.
Ancora oggi, spesso mi sorprendo a vederti negli occhi dei bimbi che incrocio, nelle loro voci, nelle loro risate;e spesso, ancora mi sorprende constatare quanto sia difficile per me tenere bene a mente "tu non sarai mai cosi, tu non vivrai nulla di tutto ciò", nonostante cerchi costantemente di tenermi con i piedi bene a terra e di ripetermelo ogni giorno. Perchè questa, purtroppo, è e sarà la mia realtà.
Quando sento di bambini maltrattati e abbandonati, anche piccolissimi in qualche cassonetto, mi sento male e, nonostante la banalità del pensiero, non posso appunto evitare di pensare alla crudeltà del destino, che spesso concede queste e altre gioie a chi non le merita, a chi le schifa, a chi le disprezza negandole a chi- come me- invece non desidera altro. 
Tutti questi sono sicuramente pensieri inutili, stupidi, patetici, forse anche anormali, da pazza...eppure esistono, sono una costante della mia vita, come una costante è questo dolore sordo con cui dovrò convivere per sempre.Eppure, se c'è chi può "amare" il cane o il gatto- con gli effetti che tutti sappiamo e vediamo ogni giorno- non vedo perchè dovrei nascondermi io, almeno qui sul mio spazio deserto. Poi certo, fuori è tutta un'altra cosa, mio piccolo fiore...fuori sono condannata a essere solo la cicciona fallita, esistente solo in virtù dei propri genitori e mai come persona, incapace di realizzare anche sogni piccoli, non all'altezza degli altri come persona, a cui piacciono ancora le bambole e i giocattoli, che non riesce ad avere rapporti umani soddisfacenti anche se si impegna,che spesso risponde male anche quando non vorrebbe, che non sorride mai...come mi sono io stessa soprannominata "un fantasma obeso". e forse, vedendomi cosi da fuori, non è un male che tu non ci sia....non avrei mai voluto ti vergognassi di me.
Chissà..forse un giorno, in un'altra vita, in un'altra dimensione, ci incontreremo...

venerdì 7 aprile 2017

Un giorno...., di Alison McGee e Peter H. Reynolds



Titolo originale: Someday...

Pubblicazione: 2007

Da IBS:

"La storia della vita - di ogni vita - dalle prime gioie date da un figlio al giorno, giusto ma doloroso, in cui se ne va di casa"



Catalogato quasi sempre come "libro per bambini" a causa delle sue illustrazioni, in realtà è un dolcissimo libro per genitori e in particolare per le mamme.
Una giovane mamma scrive una lettera ideale alla figlia ancora bambina: le racconta di quando è nata, delle sue prime esperienze in cui lei c'era sempre; immagina il suo futuro, le prime emozioni che la bambina vivrà, le prime grandi scoperte e anche- perchè fa parte della vita- i primi dolori e le prime difficoltà. Immagina il momento in cui la sua bambina ormai cresciuta se ne andrà dalla casa e da lei, per staccarsi e vivere la propria vita. Nonostante le emozioni della mamma siano evidenti, non proietta sulla figlia le proprie aspettative e non la carica delle proprie ansie: l'importante per lei è che la figlia trovi la propria strada nel mondo e sia felice. Anche quando, inevitabile, arriverà il momento in cui la mamma non ci sarà più.
Poche righe, ben delineate, e illustrazioni ad acquerello bellissime che contribuiscono a delineare con vari particolari i due personaggi e descrivendo il loro spessore interiore.
Quanta poesia e sensibilità si nascondono a volte in un piccolo libro come questo!

martedì 4 aprile 2017

Guido Rossa, mio padre- di Sabina Rossa e Giovanni Fasanella



Anno di pubblicazione: 2006


Il 24 gennaio 1979 Guido Rossa, operaio comunista che svolgeva attività presso il sindacato, fu assassinato dalle Brigate Rosse sotto casa sua. La sua colpa? Aver denunciato un'altro operaio che diffondeva volantini della BR all'interno della Italsider, la fabbrica dove lavorava.
Venticinque anni dopo la figlia Sabina, all'epoca 16enne, decide di ricostruire la vicenda umana e personale del padre per capire meglio cosa successe, visto che inizialmente doveva essere solo un ferimento; perchè invece Rossa fu ucciso?
Nel suo percorso parla con persone che hanno conosciuto il padre, altre vittime del terrorismo e sopratutto ex brigatisti...


All'interno della tragica vicenda storica del terrorismo italiano nei cosiddetti "anni di piombo", una delle figure che ammiro moltissimo da sempre è Guido Rossa: operaio comunista convinto e facente parte del sindacato, era di quei (pochi) che ritenevano di non aver nulla da spartire con coloro che in quell'epoca, in nome proprio degli operai e del proletariato, terrorizzavano il Paese ammazzando e gambizzando chiunque cercasse di opporsi a loro. Per questo quando scoprì  che un'altro operaio, Francesco Berardi, distribuiva  volantini delle BR decise di segnalarlo e infine denunciarlo all'autorità competente, pagando cara la sua coerenza con le proprie idee.
Anni dopo l'omicidio la figlia Sabina, all'epoca 16enne e diventata in seguito insegnante di Educazione Fisica, intraprende un percorso personale al di là di quello giudiziario (che si era concluso con la condanna
per soddisfare il suo bisogno di capire come si sia potuti arrivare a tal punto e sopratutto perchè. Sabina è mossa puramente dal desiderio di comprensione e non nutre rancore per gli assassini del padre; lo dimostra il tono neutro con cui contatta Vincenzo Guagliardo, che quel giorno aveva ferito Rossa come inizialmente doveva proprio essere, o Renato Curcio capo delle BR o altri brigatisti, mostrandosi rispettosa del loro vissuto ma decisa nell'intento che si è posta.
Dall'inchiesta, portata avanti con l'aiuto di Giovanni Fasanella (giornalista che ha scritto svariati libri sugli anni di piombo), emerge che in realtà le BR erano perfettamente consce del fatto che colpire un operaio comunista poteva avere per la loro causa quell'effetto boomerang che poi ebbe, e molti non erano d'accordo anche se l'obiettivo iniziale doveva essere il solo ferimento dell'uomo; purtroppo Riccardo Dura- figura che si rivela essere ancora più fanatico e speitato dei suoi compagni- portò avanti l'azione di testa sua arrivando all'omicidio.
Chiaramente non si sarebbe arrivati a tanto se Guido Rossa non fosse stato lasciato completamente solo dagli altri operai nella sua denuncia di Berardi e sopratutto se non ci fossero stati vistosi errori nel gestire la cosa da parte delle Forze dell'ordine. Certo fin qui nulla di particolarmente nuovo rispetto a quanto già conosciuto (mi pare si tenda a ricercare un complotto che in realtà non vi fu), ma comunque interessante per fare chiarezza su questa storia.
Ma la figlia, giustamente, non si sofferma solo sulla tragica vicenda che coinvolse il padre e vuole farne conoscere anche la vita e al sua figura umana, sopratutto la passione per l'alpinismo, le idee politiche volte  a cercare un miglioramento delle condizioni di vita delle persone, l'essere un padre severo ma giusto e affettuoso.... come sempre, mi sono chiesta come sia stato possibile che una persona di tale spessore umano e morale nella sua semplicità sia stata annientata da gente che in tutta la sua vita non è riuscita a valere la metà di lui. Ovviamente rimanendo senza risposta....

mercoledì 29 marzo 2017

Il catino di zinco, di Margaret Mazzantini



Anno di pubblicazione: 1994

Ambientazione: Roma, dagli anni '10 agli anni '90 circa




L'autrice racconta la storia (fittizia) di sua nonna Antenora, madre di suo padre, dalla giovinezza alla vecchiaia e poi alla morte..



Avevo già provato anni fa a leggere "Non ti muovere" di Margaret Mazzantini, ma non ero riuscita a finirlo vista la bruttezza della storia; poco tempo dopo, causa sollecitazione di un'amica, mi ero lasciata convincere a vedere al cinema il film tratto dal romanzo: uno dei più brutti film che abbia mai visto, una storia squallida e troppo amara per i miei gusti.
Ho lasciato quindi perdere definitivamente la Mazzantini e tutti i suoi libri, nonchè i film da essi tratti. Ma il mese scorso in un gruppo di lettura che frequento è stato sorteggiato questo primo romanzo dell'autrice...e quindi ho colto l'occasione per darle una seconda possibilità, pensando: "chissà? forse stavolta....".
Niente da fare. Stavolta la storia potenzialmente era di quelle che avrebbe potuto interessarmi, e forse anche conquistarmi, visto che attraverso la figura di una donna, Antenora, si narra la storia di una famiglia che si snoda nel corso dell'intero '900....io amo particolarmente questo tipo di storie.
E invece niente, anche stavolta quest'autrice mi ha deluso: oltre  a scrivere con uno stile a mio avviso freddo e incapace di trasmettere emozioni, anche la storia e i personaggi non vengono ben sviluppati rimanendo tutti "sulla carta", non vengono approfonditi caratteri, personalità, motivazioni, nemmeno per Antenora, la protagonista. Nemmeno di lei in fondo ci viene raccontato molto, abbiamo degli episodi di quando era bambina, poi si passa quasi subito al fugace racconto di come conosce il futuro marito, poi il matrimonio e la vita famigliare, i figli, la guerra, la vecchiaia, la vedovanza, la malattia e la morte. Ma tutto un po' come se fosse una lista della spesa, senza approfondimenti di sogni, motivazioni, sentimenti della protagonista, se non in poche occasioni, nemmeno quando le muore un figlio piccolo (anche se la preghiera che farà anni dopo alla Madonna quando i figli sono in guerra è uno dei pochi momenti che mi ha trasmesso qualcosa di questo romanzo). Figuriamoci gli altri, che restano ben più che comprimari.
Oltretutto l'autrice ha un stile freddo e indifferente, che non mi ha comunicato nulla, e utilizza un linguaggio spesso crudo e in disuso; questo di per sè non sarebbe nemmeno un difetto, ma in questo contesto si.
Insomma, direi che con la Mazzantini ho chiuso....

venerdì 24 marzo 2017

Chi ben comincia

Ed eccoci, come ogni mese,al consueto appuntamento con i migliori incipit tratti dai romanzi:








"Amore mio, svegliati"
Angelica apre gli occhi e non vede nulla. La stanza è nera, il buio ha inghiottito ogni cosa.

Poi lo sguardo si abitua, e distingue i puntini di luce artificiale che filatrano dalla tapparella abbassata e, dal lato opposto, il rettangolo più scuro della port. Subito dopo, la sagoma familiare del volto di sua madre, appena sopra di lei.
L'orologio sulla mensola segna le due e ventisei minuti. Angelica si stropiccia gli occhi, cerca a tentoni l'interruttore della lampada sul comodino.
"Mamma"
Nel cono di luce morbida, il volto di Irene è scavato, ancora più duro e spigoloso di quanto appaia alla luce del giorno. E' sempre stanca ed è diventata sottile, ha la magrezza tisica e famelica di chi non sta bene. Da quando si è ammalata è diventata brutta. I capelli neri si sono spenti, sfilacciati, sembrano un casco di canapa, e gli occhi chiari bruciano sempre, come di febbre.
E' brutta e sta male, ma è pur sempre la sua mamma."


Valentina D'Urbano, "Non aspettare la notte"